Da Lou Reed alla NASA: Laurie Anderson, la donna che ha inventato il futuro della musica approda in Triennale Milano
Pioniera transmediale e liutaia del silicio, Miss Anderson ha passato cinquant’anni ad intarsiare la tecnologia per piegarla alla pura necessità della parola. Il 29 maggio, alle ore 21.00, l’icona dell’avanguardia elettronica sale sul palco del Giardino di Triennale Milano con Republic of Love, un'intima sineddoche performativa per sola voce e violino elettrico. Per prepararci all’evento, abbiamo deciso di dedicarle un approfondimento che ne ripercorre la parabola artistica.
O Superman
Inverno del 1981. Nelle radio britanniche, tra un pezzo dei Depeche Mode e uno dei Queen, si infiltra un'anomalia di otto minuti a un costo di produzione ridicolo. Un loop ipnotico, una sillaba campionata, la voce alterata da un vocoder che sembra arrivare da un centralino interplanetario. Laurie Anderson, fino al giorno prima un segreto ben custodito delle gallerie di SoHo, si ritrova al secondo posto della hit parade, con un atto d’accusa geopolitico all'America di Reagan, travestito da ninna nanna elettronica. L'industria discografica, colta di sorpresa, deve rincorrerla.
«La storia è un angelo che viene spinto indietro nel futuro.»
― Laurie Anderson
Duets on ice: il minimalismo termico degli esordi
Ma facciamo un salto indietro, metà anni Settanta, la New York dei magazzini industriali riconvertiti in atelier. Anderson scende in strada con un violino, un amplificatore e un paio di pattini da ghiaccio. Le lame sono letteralmente bloccate dentro due blocchi di ghiaccio. Comincia a suonare. La performance non ha un copione scritto, la sua durata è dettata esclusivamente dalle leggi della termodinamica: finché il ghiaccio non si scioglie, liberando le lame e facendola vacillare, la musica continua.
Liuteria eretica: dal nastro magnetico al Talking Stick
Per inventare la musica del futuro non bastano le idee, servono gli attrezzi. Anderson nel 1977 brevetta il tape-bow violin: sostituisce i crini dell'archetto con un nastro magnetico registrato e monta una testina di riproduzione sul corpo del violino. Il gesto classico del musicista si trasforma in uno scratch continuo, un frammento di frase ripetuto avanti e indietro. La tecnologia analogica viene profanata per la prima volta, piegata a un nuovo tipo di poesia sonora. Vent'anni dopo, nei laboratori della Interval Research Corporation, inventa il Talking Stick: un cilindro wireless che cattura la voce e la seziona in tempo reale divenendone l’estensione fisica.
«La tecnologia è il falò attorno al quale raccontiamo le nostre storie».
― Laurie Anderson
Michael Lavine Photography
L'epopea di un'America in frantumi: United States I-IV (1980-1983)
Musica, diapositive, sketch teatrali, proiezioni e campionatori analogici. All'inizio degli anni Ottanta, Anderson progetta un’opera-fiume, esito di un processo di accumulazione durato quattro anni, in cui seziona la cultura nordamericana in 78 segmenti distinti, raggruppati attorno a quattro nuclei tematici: Trasporti, Politica, Denaro e Amore. Presentata nel febbraio del 1983 alla Brooklyn Academy of Music (BAM), United States è una cattedrale multimediale di otto ore, spalmata su due serate consecutive, anatomia di una superpotenza smarrita tra i media che essa stessa decostruisce e abita. La performance scardina l'improvvisazione tipica della prima body art per codificare un modello di teatro transmediale rigido e iper-strutturato. Sul palco del proscenio, i campionatori analogici, i sintetizzatori Synclavier e le proiezioni continue di diapositive mettono continuamente a nudo gli effetti alienanti sulla parola e sulle relazioni quotidiane. Chi c'era racconta lo shock di vedere il teatro d'avanguardia incarnarsi in un kolossal visivo capace di catturare lo zeitgeist di un'intera generazione.
Lou, Laurie e un oceano di mezzo
Monaco, 1993. Il poeta dei bassifondi di New York, Lou Reed, cammina dietro le quinte di un festival di musica d’avanguardia, quando il produttore John Zorn lo invita a improvvisare insieme a Laurie Anderson. Due pianeti fino ad allora paralleli collidono seduta stante. Ne nasce un'affinità elettiva immediata: una joint venture artistica ventennale basata sullo scambio continuo di codici e formati, ma anche un'intesa privata raffinatissima, protetta da un riserbo assoluto e sigillata dalle nozze nel 2008 a Boulder, Colorado.
Pur vivendo a New York a soli otto isolati di distanza l'uno dall'altra senza essersi mai incrociati sul serio, dovettero attraversare l'Atlantico per incontrarsi e parlarsi su invito del sassofonista e produttore d'avanguardia John Zorn. L’amore ha vie segretissime.
(Evan Agostini/Getty Images)
Il vertice concettuale del sodalizio va in scena nel 2010 sul piazzale della Sydney Opera House con Music for Dogs: un concerto dal vivo eseguito su frequenze calibrate per l'apparato uditivo dei cani. Gli umani sperimentano il silenzio; centinaia di terrier e levrieri drizzano le orecchie, rapiti dalla struttura sonora. Arte interspecie, ironica, rigorosissima.
The End of the Moon by Laurie Anderson (2004) | Courtesy of Pomegranate Arts and Forma Creative Arts (2004).
Alla fine, sarà Luna: una residente speciale alla NASA (2002)
L'evoluzione transmediale della Anderson trova la sua definitiva consacrazione istituzionale nell'incontro con l'Ente Spaziale Americano, che la nomina prima — e finora unica — artista residente della sua storia. Nei laboratori di Houston, Miss Anderson interroga astrofisici, ne registra i tic verbali, studia i detriti cosmici, maneggia dati molecolari. La risultante è The End of the Moon: un monologo ironico, intimo e spiazzante che cancella ogni retorica trionfalistica sullo sbarco lunare. L'esplorazione spaziale perde così la sua patina militare e si fa specchio della solitudine più archetipica: creiamo storie perché il vuoto è reale, per cercare di non impazzire.
Il Leone d'Oro in pixel e gesso (2017)
Nel 2017, a settant'anni, la Anderson si presenta alla Mostra del Cinema di Venezia con Chalkroom, un'opera in realtà virtuale creata insieme all'artista Hsin-Chien Huang. L'esperienza immersiva perde ogni finalità ludica: lo spettatore si ritrova a volare attraverso un labirinto di lavagne nere sature di grafemi e storie in mutamento. Il premio per la migliore esperienza VR chiude il cerchio di una ricerca iniziata decenni prima. I nuovi media si rivelano per ciò che sono: estensioni fisiche della parola parlata che diventano interessanti solo quando smettono di celebrare la propria potenza calcolatrice. La macchina, per non annoiare la Storia, ha un disperato bisogno del soffio eretico di una poeta.
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