“iGirl”. L’incantatrice calva: il rito sciamanico di Carr/Rossellini al Teatro Fontana
Dalla tragedia greca al post-umano: Federica Rosellini dirige e incarna la polifonia di Marina Carr al Teatro Fontana di Milano (19-22 marzo). Un viaggio tra i detriti della Storia, con le partiture di Daniela Pes e le allucinazioni visive di Rä di Martino.
Il 19 marzo debutta al Teatro Fontana di Milano iGirl di Marina Carr, nella regia e nel corpo di Federica Rosellini. Non è ancora primavera, non è più inverno. La notte eguaglia il giorno, lo divora — quix noctis — come un amplesso che contiene i suoi opposti. Scivolando in questo imbuto cronologico, la pièce abita il crepuscolo, in bilico tra la distopia e il mito. L’Equinozio sta per scoccare il suo mocambo; e non esiste data migliore per questa discesa agli inferi.
Prorompe la voce di Marina Carr, una delle più potenti della drammaturgia irlandese: lirica, tragica, grottesca; alta e profana. Mi ricorda da vicino la mia amata Lispector. Lo spettacolo si configura come un oggetto sciamanico, infuso delle musiche sibilline di Daniela Pes e delle visioni surrealiste di Rä di Martino.
Ventuno quadri per una cosmogonia al femminile che attraversa, tra gli altri, Antigone e Giovanna D’Arco, Clitemnestra ed Edipo, Persefone e Demetra. Il corpo della Rosellini — segnato dagli arcani di Simona D’Amico — si espone nudo senza mai farsi oggetto. È un corpo-archivio che trascina con sé tutti i relitti che la Storia ha tentato di interrare: il femminile, il queer, l’animale, l’impuro.
Accanto a lei, un enigmatico alter ego fa da contrappunto al peso del tragico: una gallina meccanica — che per un attimo pare vera — feticcio di una natura declassata a ingranaggio, simulacro di una fertilità fattasi congegno, ridicola e muta. È lei, l’animale-macchina, a dettare il ritmo di una sopravvivenza che osserva il crollo dei millenni con l'occhio vitreo dell'automa, unico testimone in questo altrove che si disfa e si ricuce, oscillando perennemente tra l’epico e il colloquiale.
«Perché dovremmo parlare quando potremmo cantare?»
Rosellini è una sibilla post-industriale che ci fa strada in una Wunderkammer del sopruso. Non c’è coro, non c’è prologo: la storia entra sbilenca, eruttata da un’attrice in tuta che siede tra gli spalti prima di vomitare le scorie di un’evoluzione fallita. Si va dal fango della grotta al rogo di Giovanna: il fuoco non è che l’ennesimo dialetto della stessa lingua borghese e feroce. È l’urlo di un’umanità che ha trucidato la propria innocenza e ora arranca verso un domani indefinito, tra l’antropocene e il nulla cibernetico. Se il Neanderthal è il primo sconfitto di una serie infinita di déjà-vu sanguinari, l’homo digitalis avanza sui corpi dei vinti applicando alla memoria le stesse dinamiche di rapido smaltimento.
È qui che il corpo della Rosellini si fa megafono di un’esclusione millenaria, urlando ciò che la Storia ha sempre negato: «Non è il nostro tempo!»
Questa “Incantatrice calva” abita mille ruoli, incistata nei dilemmi del tragico, ma è l’ultimo quadro a rovesciare il tavolo della Storia. Il finale è il Mondo, la lama finale dei Tarocchi. Qui Ade non è più il vecchio predatore, il patriarca bavaroso e senile che la tradizione ci ha venduto per secoli per giustificare il ratto: Ade è un diciottenne, bello di una bellezza sfacciata e sorgiva.
Perché questa scelta? Forse per Carr/Rossellini non resta che uno scandalo: spogliare il Potere della sua autorità grigia, tirarne fuori la tenerezza perduta. Il mistero erotico affiora sulla pelle come una preghiera pagana: l’oscurità smette di essere la cella in cui rinchiudere il femminile e diventa la calamita del suo desiderio. Il Patriarcato perde il suo Plutone-padrone: al suo posto siede un "Signore degli Inferi" dalla bellezza magnetica e epifanica. È l'Eros che abita la notte più libera!
L’ombra si fa desiderabile e l’io-Persefone discende. Non più tirata per capelli, risponde a un richiamo ancestrale che è libertà di perdersi, neutralizzando le Moire. Proserpina rinasce Regina di tutto ciò che è stato interrato: gli scarti, le eroine, gli esclusi. L’integrazione dell’ombra è compiuta: il “mostro” è diventato l'amante e anche il buio assume un’aria familiare. Persino i morti si fanno più umani: spettegolano. E ci sono i fiumi. È questo il miracolo del 19 marzo: Demetra, smettila di piangere. Tua figlia è tornata.
iGirl di Marina Carr
traduzione Monica Capuani e Valentina Rapetti
performer e regia Federica Rosellini
video Rä di Martino
musica originale Daniela Pes
sound designer GUP Alcaro
costumi e tatuaggi Simona D’Amico
scenografia Paola Villani
light designer Simona Gallo
dramaturg Monica Capuani
aiuto regia Elvira Berarducci
coproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile Bolzano, Elsinor – Centro di Produzione Teatrale
sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival
in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi
diritti di rappresentazione a cura di THE AGENCY (London) LTD
Riproduzione riservata © | Scritto da Giuseppina Mendola | Founder di Sintesi Aurea
Le immagini presenti in questo blog sono coperte da copyright e rimangono di proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione delle immagini non comporta alcun trasferimento di diritti. In caso di contestazioni, vi invitiamo a contattarci per procedere alla rimozione immediata del contenuto interessato. L’utilizzo delle immagini non autorizzato non intende violare i diritti d’autore, conformemente alla Legge 22 aprile 1941, n. 633 e alla Convenzione di Berna.