Tutte le strade portano al padre ✷ Luna nuova in ♓︎ — nigredo, rubedo, Primavera | Marzo 2026



Tutte la strade portano al padre.

La ferita primordiale, l'assenza del padre. Il padre inseguito, il padre amato, il padre perso, il padre ritrovato. Quasi a voler condonare quel difetto di fusionalità di cui la biologia ha istituito la madre come unica incubatrice — quei nove mesi in cui il neonato abita l'Uovo (questo è il tempo di Ostara, secondo i Celti, e non è un caso), il grembo come prima cosmogonia, il primo universo chiuso e caldo e completo.


L'irraggiungibilità del padre — la sua condizione strutturale di non poter mai eguagliare quella prossimità totale — è lo scoglio più grande che l'uomo adulto porta con sé. Il padre entra sempre dopo, sempre da fuori, sempre con quel millesimo di secondo di ritardo. 


Il Pesci conosce questa condizione — dodicesimo segno, ultimo, quello che ha già attraversato tutti gli altri e ne porta addosso i residui, come una memoria oceanica — col destino di essere sempre due cose insieme e nessuna delle due fino in fondo…

Pietro Annigoni, Giuseppe Falegname con Gesù Bambino, 1964, Basilica di San Lorenzo, Firenze

In astrologia evolutiva rappresenta il luogo dove l'ego si dissolve per trovare qualcosa di più vasto — e proprio per questo, nella psicologia archetipica di matrice junghiana, è sempre stato associato a ciò che precede la forma: l'inconscio collettivo, il sogno, la visione.



In questo spazio, quello che Hillman chiama il mundus imaginalis, il piano intermedio tra il letterale e il simbolico, l’archetipo paterno — nel giorno in cui si celebra la “Festa del Papà” — si distanzia dall’immagine del  Senex capricorniano, il Logos, che divide et impera e che struttura con la legge e la disciplina. Insegna invece l'Eros come modalità conoscitiva: si connette ai figli attraverso l'empatia, diventa contenitore emotivo, porto sicuro. Nella sua ombra, però, può essere sfuggente, incapace di tenuta strutturale, e il figlio si trova a dover costruire da solo i propri argini. 


Tutte le strade portano al padre.

1.Berthe Morisot, Eugène Manet e sua figlia nel giardino di Bougival, 1881, olio su tela, 72 x 92 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet | 2. Pablo Picasso, Paternità, 1971

“Tutte le strade portano all'Ade”.

Virgolettato tratto da iGirl di Marina Carr


La luna nuova che precede l'equinozio segna il passaggio attraverso la selva nera, l'ultimo stacco necessario per espellere del tutto le attese dell'inverno. L'atmosfera si fa mistica, carica di visioni immaginifiche, ma anche anfibica — il Pesci è un segno duplice, paure e dubbi e insicurezze rischiano di sperperare la fioritura, disperdersi in un lago di incertezze. Il mundus imaginalis (Hillman), il piano intermedio dove le immagini hanno peso ontologico prima ancora che significato, si fa largo in tutta la sua vigorìa notturna. 

La protagonista archetipica di queste forze si chiama Proserpina.

Strappata dalla lussuria di Ade — suo zio, fratello di Zeus suo padre — al lussureggiante regno di Demetra, dea del grano, Proserpina/Kore/Persefone viene inoltrata per ratto e per destino tra le arterie del Tartaro, ove spifferano i morti che non sono mai morti e i vagiti dei non ancora nati. Qui è il regno di Pluto — Pluto in greco significa ricco, ed è qui che si trovano le pietre e le gemme preziose, qui che la gestazione del seme nasconde e incuba il proprio potenziale di fiore. Proserpina attraversa la sua nigredo: il maschile ripudiato, la ferita atavica del femminile sodomizzato dallo stupro del patriarcato, la consapevolezza che suo padre Zeus l'abbia consegnata al fratello. Poi furtivamente mangia il frutto delle delizie, il melograno — rubedo — chicchi rubini, lucidi, carnosi. Li sceglie uno ad uno, con labbra scarlatte cariche di desideri. Questo è il punto che la tradizione mitiga volentieri: la scelta di assaggiare e così risalire dal dolore al piacere, donna nuova, non più fanciulla e figlia di Demetra, relegata alla dimensione ancillare, ma regina delle arterie che percorrono gli abissi più antichi.

Ci hanno edulcorato la Primavera come una forza serena e quieta — è l'esatto contrario. Che tipo di forza è quella del seme che spacca la pietra e la trapassa per diventare begonia? Muscolare, erotica, insofferente all'attesa. La forza di un vagito che scalpita per testare per la prima volta l'aria della vita. La Primavera addenta il paradiso a morsi come Proserpina fa sua la melagrana, con le zanne di una perturbante valchiria che si riprende quello che è suo — integrando il tao nel grembo della storia, contenendo le polarità dell'alto e del basso, vibrando nella sua regale, nuova, centratura. 

È una forza kundalinica e scandalosa, questa. Irrompe galvanizzando il mondo. Costringe i corpi a ricordarsi di essere corpi — i colori, tutti i colori che avevamo dimenticato sotto le tinte uniche, tornano fuori come vergogna riscattata.

È ora, dice la Primavera. Elettrica estasi botanica. Vibrisse di luna.


Riproduzione riservata © | Testi di Giuseppina Myriam Mendola  | Founder di Sintesi Aurea

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