Sylvia Plath: il prezzo di non essere addomesticabile
Diario, 1953
“Voglio scrivere perché sento il bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione ed espressione della vita. Il semplice sforzo colossale di vivere non mi può bastare. Oh, no, io devo sistemare la vita in sonetti e sestine e procurarmi un riflettore verbale per la mia testa illuminata a 60 watt. L’amore è una illusione ma mi ci perderei volentieri se riuscissi a crederci”
L’errore comune è leggerla attraverso il gas, la cenere, il freddo di Londra nel febbraio del 1963. Dietro la facciata della sposa esemplare, della madre che cuoce torte e batte a macchina i testi del marito, si sdoppia l'ombra di un’ambizione indomita. Vivere non è abbastanza. Isolata nel Devon, Sylvia scrive forsennatamente prima dell'alba: l'esistenza va sigillata dentro il conio del verso. Per anni si impone come l'agente letterario di Ted Hughes, promuovendolo presso gli editori e nascondendo il proprio genio dietro una maschera di devozione domestica.
Hughes è il re barbaro della poesia inglese del Novecento, un gigante dal fascino magnetico e dalla scrittura tellurica, ossessionato dalla natura selvaggia e dai miti arcaici.
Nel 1961 la coppia si isola a Court Green, una vecchia casa nella campagna inglese.
Per Hughes la natura è libertà assoluta; per Plath, l'isolamento tra bucati e pannolini si fa scontento totale, schiacciata dal prestigio intellettuale del consorte. L’anno seguente, il tradimento con Assia Wevill – poetessa e traduttrice tedesca, ospite della coppia – stringe i tempi della crisi, agendo da detonatore.
Seppur stretta nella morsa di una genitorialità a senso unico e dell'infedeltà subita, Lady Lazarus affila i denti per la sua resurrezione teatrale. Rifiuta il ruolo di semplice appendice di Ted. Le lettere all’amica e psichiatra Ruth Beuscher segnano lo spartiacque documentale tra la sottomissione e l'autonomia. Tra le tre e le sei del mattino, prima che la casa si svegli, la terapia epistolare cede il posto alla lingua di Ariel: la furia si fa inchiostro, mutando da nevrosi privata a corpo testuale, assoluto, che morde la storia.
ARIEL
Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.
Leonessa di Dio,
Come in una ci evolviamo,
Perno di calcagni e ginocchi! – La ruga
S’incide e si cancella, sorella
Al bruno arco
Del collo che non posso serrare,
Bacche
Occhiodimoro oscuri
Lanciano ami –
Boccate di un nero dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro
Mi tira su nell’aria –
Cosce, capelli;
Dai miei calcagni si squama.
Bianca
Godiva, mi spoglio –
Morte mani, morte stringenza.
E adesso io
Spumeggio al grano, scintillìo di mari.
Il pianto del bambino
Nel muro si liquefà.
E io
Sono la freccia,
La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso
Occhio, il cratere del mattino.
Traduzione: Giovanni Giudici
La frammentazione dell'identità – divisa tra il simulacro della sposa e la creatura che scrive – trova per un poco la sua risoluzione: quanto più la realtà distrugge la donna, tanto più il verso rinasce autonomo, trasformando il collasso psichico in possibile via d'uscita. Nell'oscillazione fatale tra i due stati opposti della donna, Ariel è il compimento di quella écriture féminine (Helene Cixous, 1972) dove il corpo si scrive da sé: processo interiore inesorabile in cui l’inclemente giudizio su se stessa si consuma sul fondo di un perenne senso di abbandono.
Oggi, 27 ottobre, in occasione dell’anniversario della nascita, il suo testamento letterario conserva «il sorriso della compiutezza e l'illusione di una necessità greca». I suoi trent'anni restano un compleanno perpetuo: nessuna candelina da spegnere, solo fiammiferi a folgorare la pagina.
Rotta la campana di vetro, ne sgorga una lingua tagliente che converte la sottomissione in rivolta. Ridurla alla poetessa suicida tra le proprie mura è l'ennesimo tentativo di addomesticarla.
Liberare la parola è l'unica via per «restare verticali».
La Leonessa di Dio ha smesso di sorridere a comando. Splende della luce bianca, intatta e definitiva del mito.
Per i nostri lettori in ricerca, qui il link di un documentario su Youtube . Di seguito invece un’intervista con la sua voce, che vi incorporiamo:
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