Dodici giorni fuori dal mondo: il significato segreto delle feste di fine anno


Tra il 25 dicembre e il 6 gennaio si apre un intervallo temporale che le culture tradizionali europee riconoscevano come tempo sospeso: i dodici giorni sacri dove l'anno vecchio muore e quello nuovo non è ancora nato. Questa crisi solstiziale, documentata dall'antropologia e dalla storia delle religioni, rappresenta uno iato nel tessuto ordinario del tempo lineare.

 

INDICE

  • Dal 25 dicembre al 6 gennaio: analisi di un tempo instabile e decisivo.

  • Il re vecchio diventa custode del futuro

  • Le dee diventate streghe e la funzione del fuoco purificatore

 

L’intervallo sacro


Oggi siamo terrorizzati dall’idea che l’anno possa estinguersi davvero. E allora lo teniamo in vita compulsivamente: riempiamo ogni interstizio di stimoli, offerte, notifiche, avvinti dall’incantamento senza fine del consumo. Abbiamo sostituito la potenza latente dell’Ade con la disponibilità immediata del magazzino di Amazon.


Eppure, tra il 25 dicembre e il 6 gennaio il tempo smette di comportarsi come una linea retta ed entra in una zona di indeterminazione. L’anno vecchio è morto, quello nuovo non è ancora nato. 


Nella dozzina di giorni che separano Natale dall’Epifania, l’'universo, per dodici notti, decide di darsi al riposo. Il sole, stanco di fare il demiurgo, si ferma al grado zero della sua parabola; per tre giorni l'astro simula l'assenza, lasciando che la realtà regredisca a quell’illud tempus di cui parlava Eliade: un brodo primordiale, un caos pre-cosmico dove i vivi e i morti si scambiano i cappelli.

È un tempo instabile, improduttivo per definizione, e proprio per questo decisivo.
La freccia del tempo — quella cara ai positivisti — si flette fino a chiudersi in un anello. Siamo nel cuore della cosiddetta "crisi solstiziale".

La Chiesa cattolica, lungi dal rompere questo schema, lo ingloba e lo traduce.  Con la nascita simbolica del Cristo del 25 dicembre, rifacendosi all’antico Dies Natalis Solis Invicti, ce lo restituisce"riscritturato". 

Quel Bambino che fa capolino tra il bue e l’asinello, lungi dall’essere un’invenzione ex nihilo, rappresenta l’ultimo, elegantissimo strato di un palinsesto che si aggira tra l’Europa e l’Oriente da millenni. Il protagonista è sempre lui, il Puer, l'archetipo di una giovinezza che non sfiorisce perché coincide con il tempo stesso, il “piccolo” che contiene il “tutto”.

Chiamatelo Aion, chiamatelo turno ciclico, è la vita che sfida la necrosi del passato. In questa grotta perenne, l’Europa ritrova le sue radici orientali e i suoi sogni più arcani, scoprendo finalmente un tempo che smette di invecchiarci per farsi fanciullo intento a giocare a dadi con le stelle


Il sistema a somma zero


La logica del mito, non ammette sprechi; è un sistema a somma zero, in un rigoroso equilibrio di compensazione. E se un re nuovo nasce, il vecchio deve essere rimosso, archiviato nell'Ade, in quel magazzino dell'invisibile che gli antichi chiamavano Ploutos.

Qui il sovrano decaduto diventa custode della potenza latente, tesoriere di una ricchezza inedita, in fremente attesa di distribuzione. È così che la grotta (a prima, rassicurante lettura, un nido) si trasfigura in una magnifica botola aperta sull'abisso.


Ma cosa può insegnarci oggi sapere tutto questo?

Invece di scendere nell’Ade per recuperare il Sole Vecchio, scendiamo nei centri commerciali per esorcizzare la paura della fine. Abbiamo trasformato l’Aion, il tempo dell’eterno, nel tempo di scadenza di un coupon. Il Natale contemporaneo si configura come un'ipertrofia del presente che nega la possibilità stessa del rinnovamento e ci consegna a una compulsività manigolda.


Doni, fuochi e residui


La slitta scivola in uno spazio liminale tra il caos e il firmamento, mossa da un Santa Claus che si rivela figura ben distante dall’ingenuità del marketing contemporaneo. Egli incarna l’archetipo del sole che discende nell’oscurità per tornare carico di una potenza che si estrinseca nella forma del dono: una forza traboccante di energia che oggi chiamiamo "regalo". 

È una figura splendida nella sua ambivalenza: solare e infera, benefica e crepuscolare. Un riflesso dei culti sciamanici dell'Eurasia dove il rosso purpureo del vestito e il volo delle renne evocano i viaggi estatici nutriti dall'Amanita muscaria. È un’iniziazione vera e propria:  partecipando alla circolazione della ricchezza prima del nuovo accumulo, colui che compie questo viaggio attraverso il solstizio sperimenta un rito di passaggio. Ne esce nell’essenza profondamente trasformato.

Se Santa Claus presidia l’ingresso del tempo liminale, la Befana ne sancisce l’esaurimento. Scendendo dal camino, essa riattiva la funzione dell’axis mundi, riconnettendo verticalmente l'alto e il basso. È la personificazione dell'anno che si è dato tutto, l’eredità di un ciclo chiamato, con un colpo di scopa magistrale, a testamento.

I roghi che ne bruciano il fantoccio —  si pensi alle splendide fiammate della Giöbia che illuminano l'inverno padano — agiscono come sigilli sull'irreversibilità del passato, affinché non ne rimangano scorie. 

Le sue scarpe rotte sono il segno del pellegrinaggio compiuto, mentre il carbone nella calza —  oggi banalizzato in senso punitivo — costituisce un frammento di sole sopravvissuto, la scintilla indispensabile per riavviare il motore del mondo. 


In queste figure, un tempo dee e ora derubricate a streghe, sopravvive la funzione del regressus ad uterum: il sole, come un vecchio bronzo ossidato, viene calato nel calderone ctonio — anche la luce, si concede ogni tanto un bagno nel ventre del mondo — per riemergere nel cosmo con la forza cinetica di un nuovo inizio. 


Una volta che l'astro si è trasfigurato — mutato da esile residuo d'inverno in pura scintilla di futuro —  il caos rientra nei ranghi, i morti rifluiscono nel proprio regno e la magnifica ruota dell’anno, grazie a quel tizzone ancora caldo, riprende a girare con rinnovato slancio. Con la Befana che vola via, l’ordine del mondo torna al suo posto. Et voilà, signori: la giostra del tempo ricomincia a correre. Siamo pronti per un altro giro.


Questa analisi attinge al lavoro di Marco Maculotti (Il substrato arcaico delle feste di fine anno), pubblicato nella rivista Axis Mundi — progetto editoriale che restituisce dignità allo studio delle tradizioni sapienziali.

In un panorama culturale dove prevale l'effimero, sostenere chi produce conoscenza diventa atto politico e intellettuale insieme. L'albo integrale rappresenta un dono per sé o per chi sa ancora riconoscere il valore della carta e del tempo. Trovate il link qui.


Riproduzione riservata © | Scritto da Giuseppina Myriam Mendola  | Founder di Sintesi Aurea

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