“Specula Mundi” di Valentino: l’alta moda come esperimento culturale
Moda, mito e voyeurismo: a pochi giorni dalla scomparsa del maestro dell’ago e filo, Alessandro Michele ridefinisce il lusso come 'diritto alla messa a fuoco', sottraendo l'abito al consumo bulimico per restituirlo alla sacralità della contemplazione. Un omaggio epico al genio di Valentino.
INDICE
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Il desiderio nel mirino: la dialettica tra visione e immaginazione.
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Subculture, appropriazione e risignificazione: sottrarre il sacro alla fissità per rimetterlo in circolo
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Oltre l’economia libidica: dove l’attenzione immaginativa rigenera il desiderio.
Un peep show d’alta moda
Perché guardare attraverso un buco della serratura eccita più di una visione totale?
Lacan lo ha spiegato settant'anni fa: il desiderio si lega alla mancanza. Desideriamo ciò che sfugge alla presa e non possiamo avere del tutto, ciò che resta parzialmente nascosto. Il voyeur desidera proprio perché la visione è proibita, frammentata o negata.
Parigi, Haute Couture Primavera-Estate 2026. Pochi giorni dopo la morte di Valentino Garavani, Alessandro Michele allestisce la sua controintuizione, firmandola “Specula Mundi”: una delle uscite più evocative e concettuali della maison negli ultimi anni.
Torri circolari bianche, oblò disposti come celle di un alveare. Infiltrarsi con lo sguardo nelle cavità dello “specchio del mondo” significa partecipare a un rito di iniziazione: l’abito, sottratto al consumo, è restituito alla semiotica cerimoniale del sacro. Ciascuno con la sua feritoia individuale, ne vede frammenti, angolazioni parziali. Una caverna clinica in cui il rituale è simultaneo, ma lo sguardo resta solitario.
Prigioniere d’una rotazione che ricorda il moto degli astri o delle macchine celesti, le modelle si trasformano così in idoli rotanti, che tutti osservano da punti diversi.
Saccheggiare il mito attraverso le subculture
Il riferimento storico è il Kaiserpanorama. Reinterpretando la meccanica ottocentesca del celebre tamburo stereoscopico – un dispositivo pre-cinematografico che mostrava immagini esotiche e paesaggi remoti attraverso un cilindro rotante – De Michele ne rovescia la logica, sfidando l’ovvietà dello sguardo contemporaneo e trasformando il pubblico in una collettività di voyeur anonimi. In questo dispositivo proto-mediale, l’attenzione si sposta dall'abito in sé al processo di svelamento.
Il passaggio dal prodotto alla reliquia avviene nello spazio millimetrico tra l’occhio e la finestrella di osservazione, in un voyeurismo panottico dove l'anonimato di chi guarda amplifica la potenza del soggetto osservato.
Come icone sacre dentro tabernacoli meccanici, le modelle inscenano sacerdotesse di culti dimenticati: ora ancelle, ora sovrane di imperi mai esistiti.
Il vocabolario formale della sfilata attinge a piene mani dal sottobosco delle subculture, proponendo una strada iper-decorativa che agisce come una violenta presa di posizione contro l'anestesia estetica del quiet luxury. I copricapi drammatici, le mantelle statuarie, i ricami fittissimi saccheggiano immaginari che la cultura alta ha sempre guardato con sospetto – il feticismo, il drag queen spectacle, il teatro kabuki, le iconografie religiose sincretiche afroamericane, il gotico romantico dei club berlinesi degli anni Ottanta.
Questo assemblaggio di codici trasforma l'Haute Couture in un archivio del perturbante, dove l'interesse si sposta dall'oggetto in sé alla modalità del suo apparire e all’universo narrativo che evoca. La visione è sostenuta da un montaggio sonoro concepito come un trip allucinogeno: derive ambient e intrusioni sintetiche si scontrano con valzer viennesi in un remix colto, aristocratico e disturbante.
Un rosso chiamato desiderio
La distanza fisica imposta dal dispositivo alimenta una tensione erotica e intellettuale: l’aura proibita dell’abito viene sottratta alla frenesia del consumo (il catwalk in senso classico) e ricostruita artificialmente attraverso la metodica della privazione. La struttura a nido d’ape non offre mai l’immagine totale. Frustrata dalla distanza, la poetica si fa spionaggio. Così attiva uno dei meccanismi più profondi dello sguardo umano (closure, in psicologia gestaltica): il bisogno di completare ciò che è incompleto. Vedendo solo una porzione, la nostra immaginazione è chiamata a colmare il vuoto della narrazione.
In questo teatro d’ombre, la passerella cede il passo a una geometria di sguardi segreti che evocano l’atmosfera delle case di piacere parigine, ove il desiderio era alimentato dalla frazione, dal dettaglio, dal lembo di seta che appare e scompare dietro un vetro.
Siamo guardoni prigionieri di un incanto senza tempo, stratificazione di dispositivi culturali che ritornano sotto forme nuove. Catapultati nello stupor mundi circolare del mito, la moda rivendica finalmente la sua autonomia artistica: la voce registrata del fondatore celebra i vivi attraverso abiti che sembrano emergere da campi onirici, in prossimità con l’altrove. Una storia segreta che, dall’ago al filo fino al rosso acceso, si racconta solo a chi ha la pazienza di spiare ancora il mistero.
“Dopo di me? Il diluvio!”
© Riproduzione riservata.
Testo a cura di Giuseppina Myriam Mendola, founder e creative director di Sintesi Aurea.
Ricerca culturale e sociologica applicata ai fashion studies e agli immaginari della moda, condotta insieme a Roberta Favia, autrice, business strategist e antropologa economica.
Images courtesy of Maison Valentino.
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