Infobesity e cultura dell’attenzione: leggere il presente iperconnesso
Il sovraccarico mentale non è un fatto privato
Frame from Generative Artwork by Sintesi Aurea | Creative Media Studio
Tre libri, tre chiavi per approfondire:
Alvin Toffler, Future Shock, 1970
Marshall Mc Luhan, Capire i media. Gli strumenti del comunicare, 1964
Yves Citton, Pour une écologie de l’attention, 2016
INDICE
-
Cronache da una mente invasa
-
Sull’arte che racconta la nostra iperrealtà
-
Verso una cultura di cura
✷
✷
Overload: cronache da una mente invasa
Camminiamo, o meglio, scivoliamo, attraverso un pastiche di informazioni che si moltiplicano senza tregua. Ogni notifica è un piccolo, insignificante ghirigoro che si accumula nei recessi della nostra corteccia, mentre cerchiamo di stare al passo con una connessione perenne che, ahinoi, ci depotenzia.
Scopriamo troppo tardi il pericolo celato dietro questa apparente abbondanza. Goya, il maestro dell'inquietudine, l'aveva scolpito nei suoi Caprichos (1799).
«El sueño de la razón produce monstruos».
Oggi, il sonno non è della ragione, ma dell'attenzione. E i mostri che affrontiamo non sono gargoyle gotici, ma scroll infiniti e reels ipnotici. Così, il desiderio di sapere – quella che potremmo definire l'antica cupiditas sciendi – si è pervertito in bulimia informativa, una ricerca compulsiva di dati che segna il memento mori della concentrazione perduta.
L'infobesity – l'obesità informativa – è la condizione culturale del sapiens digitale, sintomo di un'epoca che ha smarrito la distinzione tra l'accesso ai dati (a portata di click) e l'acquisizione della conoscenza (la capacità di leggerli e, se necessario, smascherarli). In questo bombardamento fuori controllo, siamo passati dall'edificare il sapere al subire il crollo di un'infinità di detriti nozionistici che intaccano la tempra della nostra memoria, tanto da parlare di “information overload” (Gross/Toffler).
Sull’arte che racconta la nostra iperrealtà
Oggigiorno ogni scroll degrada la ricerca in un surrogato di ricompensa dopaminica; la caccia alle notizie è divenuta un impulso automatico, quasi un tic nervoso. Così la cronologia del tuo browser racconta di te più di quanto tu sappia, mentre la conoscenza, che invero richiede tempo e fatica, resta fuori portata, perché l'eccesso impedisce di assimilare, di collegare i puntini, di pensare nel senso più alto del termine.
E se l'arte, come sempre, anticipa la politica, ecco che arriva a far luce sul nostro smarrimento. Corre l'anno 2019 quando Evan Roth — un artista digitale con un sense of humour non indifferente — sfida l’immaterialità del silicio: prende la cronologia del suo browser e la trasforma in una monumentale installazione abitabile tappezzando le pareti del MOCA di Jacksonville con un archivio digitale che accumula cookie e schermate. L'installazione rende la saturazione tangibile. Il digitale, l'etereo, si fa stricto sensu spazio fisico, e in quella mappa caotica e disordinata, chiunque di noi può riconoscere la propria esistenza frammentata: è lo specchio della nostra iperrealtà quotidiana.
Quattro anni più tardi, dalle coste della Florida alla laguna nostrana, anche Venezia risponde con Infoxication, un "corpo a corpo" permanente dove quattrocento metri quadrati di proiezioni ci scaraventano negli ingranaggi del presente. Accecati dai riflussi digitali, attraversiamo il guado limaccioso d’una conoscenza che ci sfugge.
Questo labirinto, ospitato negli spazi avanguardisti dell’M9 Museum, trova il suo contrappunto in Novecento. Il migliore, il peggiore dei secoli: un archivio titanico che con 6.000 immagini e 820 video ci immerge nel travolgente processo di espansione del XX secolo, fornendoci la bussola storica per inquadrarne cause e contraddizioni.
L’attenzione è una pratica: verso una cultura di cura
La saturazione che queste esperienze portano alla luce rivela l'architettura stessa dell'organizzazione contemporanea, confermando l'intuizione di Marshall McLuhan secondo cui i media (da semplici strumenti di trasmissione) costituiscono invero gli ambienti che abitiamo. E quando l’ambiente è saturo, anche la mente lo diventa.
In una simile configurazione, la facoltà di prestare attenzione richiede oggi una nuova educazione del gusto, della volontà e dell'intelletto. Non è più una facoltà spontanea, ma una pratica culturale di autocoscienza, necessaria affinché la mente non si limiti a rispecchiare l'intasamento del contesto in cui è immersa. Mai come oggi, l’era dell’intelligenza artificiale esige dalle nuove generazioni una maestria duplice: quella di sedimentare le informazioni in materia interpretativa invece di lasciarle scorrere come un flusso sfocato, e quella di costruire gerarchie interiori in grado di distinguere ciò che produce comprensione da ciò che genera solo occupazione mentale.
Alla base di entrambe, l’abbiamo già nominata in passato, vi è una disciplina dello spirito: la metacognizione.
Perché se ogni epoca costruisce il proprio modo di pensare attraverso le strutture dell’attenzione che produce, proteggere questo spazio interno non riguarda il mero benessere individuale, ma la qualità culturale della civiltà intera. E indovinate un po’ chi è che deve prendersene cura e carico? Noi, il collettivo.
Questo ci fa riflettere su un tema che ci è a cuore più di altri e che informa alla radice la nostra attività di studio creativo. Una scelta etica prima ancora che editoriale: privilegiare la densità della proposta rispetto al volume della produzione significa scegliere di pubblicare meno, ma qualitativamente meglio, in questo giogo dialettico che ci connette globalmente per meglio atomizzarci nel privato.
Invece di consumare centinaia di frammenti informativi, scegliete tre fonti di alta qualità e dedicate loro un tempo verticale, lento. Preferite la profondità storica alla velocità dell'ultimo minuto. Traslate il baricentro dall’accumulo al discernimento. Conoscere non è un atto riflesso, ma un privilegio virtuoso che mai ha raggiunto tali livelli di pervasività nella storia dell’essere umano.
Fare del silenzio un alleato: esercitare l’abilità di tacere la mente condizionata per permettere al mondo di significare. Solo negli spazi di ricerca e di vuoto, possiamo coltivare le virtù che ci sono assegnate, ponendo fine alle distrazioni. Proteggere il nostro spazio interno dal chiasso del mondo è l'imperativo etico del nostro tempo.
Riproduzione riservata © | Scritto da Giuseppina Myriam Mendola | Founder di Sintesi Aurea
Le immagini presenti in questo blog sono coperte da copyright e rimangono di proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione delle immagini non comporta alcun trasferimento di diritti. In caso di contestazioni, vi invitiamo a contattarci per procedere alla rimozione immediata del contenuto interessato. L’utilizzo delle immagini non autorizzato non intende violare i diritti d’autore, conformemente alla Legge 22 aprile 1941, n. 633 e alla Convenzione di Berna.