“We are making a film about Mark Fisher”: il guerrilla film che hackera le logiche di Instagram
Il film su Mark Fisher che non puoi comprare: un collettivo underground londinese, Close and Remote, spiega perché ha scelto Instagram per produrre un nuovo cinema collettivo.
BIBLIOGRAFIA PER APPROFONDIRE
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È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo
Tutti i miti sono una voce che continua a circolare senza corpo.
C'è una frase che circola da decenni senza un proprietario definitivo — It is easier to imagine the end of the world than the end of capitalism — e questa condizione di orfanità, anziché essere un difetto, incarna la sua perfezione. Mark Fisher la citava sapendo che le parole senza padrone diventano patrimonio comune. E il patrimonio comune era esattamente ciò che gli interessava restituire al mondo.
La sua paternità ufficiale rimbalza tra Fredric Jameson e Slavoj Žižek come una pallina da ping-pong accademica, ma a sigillarla è Mark Fisher che trasforma quel seme in qualcosa di più pericoloso di una citazione: lo slogan circola attraverso cortei, thread di Twitter, muri scrostati, fanzine fotocopiate fino diventare la réclame indelebile del sistema che la abita.
All’epoca, Mark lavorava come critico culturale, insegnava al Goldsmiths di Londra, gestiva un blog notturno chiamato K-punk, dove le idee precipitavano come cristalli in soluzione — filosofia continentale, jungle music, horror cosmico, teorie della coscienza di classe. Nel 2009 quella densità trovò la sua forma definitiva in Realismo Capitalista: un libro con le dimensioni di un pamphlet e le ambizioni di un referto autoptico sul presente. La tesi era semplice e insostenibile allo stesso tempo.
Il capitalismo non vince più con la forza. Vince occupando l'immaginazione.
Secondo il Realismo Capitalista, il sistema attuale non si limita a dominare l'economia, né si impone più con la forza brutale. Esercita una più sottile e subdola gestione pervasiva dei desideri: colonizza l'immaginario, satura il possibile, rende impensabile ogni alternativa, facendo del cinismo una forma di realismo adulto che converte il disagio collettivo in patologia individuale. E infine aggiunge la vergogna — infima, irrefutabile — il più economico dei dispositivi di controllo perché il soggetto diventa il proprio carceriere.
Quando Fisher è morto, il 13 gennaio 2017, stava lavorando a Acid Communism, il libro che avrebbe dovuto essere l'antidoto — con una visione post-capitalista del desiderio che univa la psichedelia degli anni Sessanta a una radicale riscoperta del piacere collettivo. L'incompiutezza del manoscritto è diventata, paradossalmente, il suo gesto più eloquente. Come se Fisher avesse lasciato una porta aperta di proposito, o come se la storia, per accidente, gliel'avesse sfondata.
Ogni mito ha bisogno di uno spazio bianco che il lettore — o il collettivo — è chiamato a riempire. Il mito di Mark Fisher ricomincia con noi dall'altra parte, che non sappiamo ancora se attraversare. Nel frattempo, qualcuno ha deciso di non aspettare. Il film è distribuito gratuitamente attraverso le sale indipendenti che lo accolgono, perché le parole senza padrone appartengono a chi le abita. Il 5 marzo noi lo abbiamo visto in compagnia degli amici di Arci Bellezza e, finalmente, ora possiamo restituirvelo assieme all’intervista che abbiamo fatto a Close and Remote.
E se facessimo un film e partecipassero tutti?
Sophie Mellor e Simon Poulter, duo londinese che lavora sotto il nome di Close and Remote, hanno cominciato tutto su una panchina a Rochford, nell'Essex. Nessun budget, nessun contratto con una distribuzione, nessuna istituzione che garantisse la copertura del rischio. Solo un account Instagram — @markfisherfilm — e la convinzione che il metodo dovesse incarnare il messaggio.
“Instagram è progettato per vendere attenzione. Voi l'avete usato per costruire un film. Come si ruba una piattaforma?”
Sintesi Aurea
La genesi è in una dichiarazione molto semplice: “stiamo facendo un film su Mark Fisher”.
Da quel momento qualcosa ha iniziato a muoversi. Nel giro di poco tempo, tra il 2024 e il 2025, più di settanta collaboratori — musicisti, artisti, ricercatori, appassionati del lavoro di Fisher — sono stati naturalmente attratti dal proposito e hanno cominciato a proporre materiali, a offrire collaborazioni. In quel momento abbiamo realizzato che stavamo costruendo il film come si costruisce un sogno collettivo: per frammenti, per connessioni impreviste, per sedimentazione progressiva.
Il risultato è We Are Making a Film About Mark Fisher, sessantacinque minuti presentati in circuiti non convenzionali — dalla Glasgow School of Art al FACT di Liverpool, dall'Università del Sussex alle sale di Middlesbrough Art Week — con un Q&A aperto che fa parte integrante dell'opera.
“Avevamo relazioni, conversazioni, persone che credevano nell'idea. Abbiamo smesso di aspettare il budget e abbiamo cominciato. Il film è diventato la dimostrazione di sé stesso”.
Close and Remote
Il fatto che il film esista è già, in sé, un atto teorico. Usando Instagram come strumento metodologico — per la ricerca, gli script, la musica, i contatti, la distribuzione — il progetto riappropria una piattaforma che normalmente cattura attenzione per costruire qualcosa che critica proprio gli spazi chiusi dei social media.
Il film abita gli interstizi e i glitch del tempo culturale in cui la voce di Fisher continua a risuonare: non è un documentario tradizionale, né una biografia, né un omaggio commemorativo. È qualcosa di più difficile da nominare che chiede allo spettatore contemporaneo ciò che non è più così tanto abituato a fare: partecipare attivamente alla riflessione…e forse è esattamente per questo che funziona.
Al centro c'è Parkins, personaggio interpretato da Justin Hopper: un professore estratto da un racconto di M.R. James del 1909 che attraversa il tempo in modo sghembo, incontra le idee di Fisher come se fossero fenomeni fisici, spettri concreti in paesaggi reali. Dalla spiaggia ventosa di Felixstowe al laboratorio di iperstizione delirante del CCRU; dai post notturni del blog K-punk alle camere d'eco del Vampire Castle.
Questo è forse il nucleo più provocatorio dell'opera — che cuce citazioni da Capitalist Realism alle riprese dei cortei londinesi dal 2011 al 2025, fino alla morte di Thatcher e del Dump Trump Rally, di Starmer e della sua “Island of Strangers”. Il film non si limita a parlare di Fisher: performa ciò che Fisher sperava fosse ancora possibile, lo incarna nella pratica, nel suo farsi e nella sala.
E lo fa nel momento in cui sembra più difficile immaginarlo — in piena permacrisi, in un paese che ha vissuto la Brexit come una ferita identitaria ancora aperta, con una sinistra che cerca di ricomporsi dopo decenni di atomizzazione neoliberale.
In un'epoca in cui le piattaforme sono progettate per frammentare e isolare, per trasformare ogni relazione in transazione, il film oppone una contronarrazione: la collaborazione come forma estetica oltre che come necessità pratica, che è precisamente ciò che Acid Communism avrebbe dovuto teorizzare.
“La cosa più sovversiva che puoi fare oggi è dimostrare che la cultura non ha bisogno di capitale per esistere. Smettetela di delegare la vostra agency!”
Close and Remote
La parola agency — la capacità di agire, di essere soggetto e non oggetto della propria storia — è esattamente ciò che il realismo capitalista erode sistematicamente, convincendo ogni individuo che le proprie scelte siano libere mentre ne riduce progressivamente il perimetro.
“La musica degli ultimi vent'anni suona come una gigantesca macchina del tempo che non sa andare avanti, ci dice Fisher. Come si fa un film su questa idea senza che il film stesso cada nell’effetto nostalgia?”
Sintesi Aurea
C'è un esperimento mentale che Fisher amava fare con la musica. Prendete un disco degli anni Ottanta e chiedetevi: ascoltandolo nel 1985, riuscivate a capire che era degli anni Ottanta? Probabilmente no — suonava semplicemente come adesso. Fate lo stesso con un disco di vent'anni fa e uno di oggi. La differenza, se c'è, è sottile fino a sparire. Qualcosa si è inceppato nella macchina del tempo sonora. Lo spazio per immaginare qualcosa di radicalmente nuovo sembra essersi ristretto — non per mancanza di talento, ma perché il futuro è stato colonizzato prima ancora di arrivare. Revival, campionamenti, estetiche retro, citazioni infinite: sono i sintomi di qualcosa di più profondo.
Fisher chiamava questo hauntology — parola-mostro nata da una crasi deliberata tra haunting, il termine inglese per ‘ossessione’ e ‘presenza spettrale’, e ontology, ripresa dall'ontologia derridiana: quella critica alla metafisica della presenza che afferma come ciò che esiste non sia mai pienamente presente, ma sempre abitato da ciò che è stato e da ciò che avrebbe potuto essere.
In We Are Making a Film About Mark Fisher questa idea attraversa l'intera struttura come una corrente sotterranea. Persino la colonna sonora la incarna: il riff dei Mamas & the Papas campionato e deformato fino a diventare irriconoscibile — un futuro che suona familiare e alieno allo stesso tempo.
Sullo sfondo scorrono porti, container, paesaggi sospesi. Poi la narrazione si sposta a Londra, tra manifestazioni e frammenti di vita urbana. Il tempo si disarticola: passato e presente si sovrappongono. Nove capitoli che non si cuciono in narrativa lineare ma si stratificano come sedimenti geologici — emerge tutt’altro che un documentario didascalico su Fisher. Affiora, invece, un film che pensa come Fisher pensava: la sensazione che il presente sia infestato da futuri che non si sono realizzati, da promesse che il capitalismo ha sistematicamente cancellato dalla memoria collettiva.
“Se i futuri perduti continuano a tornare sotto forma di fantasmi, il vostro film li evoca o li insegue?”
Sintesi Aurea
Negli ultimi anni della sua vita Fisher inseguiva una sola ossessione: perché desideriamo la nostra stessa oppressione — e chi ce lo ha insegnato. Resistere al capitalismo gli sembrava già poco. Il vero campo di battaglia era il desiderio. Bisognava recuperare la capacità collettiva di desiderare diversamente che il capitalismo aveva demolito.
Da dove nascono i nostri desideri? Chi decide cosa vogliamo, prima ancora che lo vogliamo? Da dove origina l'immaginario su cui ogni individuo costruisce la propria idea di futuro? Secondo Fisher, qualcuno li ha costruiti per noi, prima che potessimo scegliere.
Il capitalismo ha due linee di produzione: le merci e i soggetti che le desiderano, colonizzando l'immaginario così in profondità che i desideri che sentiamo come più intimi, più personali, più nostri, sono invero i più accuratamente fabbricati. E quando quei desideri si scontrano con un sistema che non può soddisfarli — vuoi un lavoro stabile? Una casa? Costruirti una famiglia? Ci dispiace, questi prodotti sono temporaneamente esauriti — la responsabilità ricade sull'individuo, lasciato solo con la sua storia personale fatta di scelte insufficienti, mentre il sistema (che lo atomizza) rimane invisibile, neutro, sullo sfondo.
Questo è il capolavoro ideologico del realismo capitalista: quella condizione per cui il sistema appare non solo come l'unico sistema economico praticabile, ma come l'unico pensabile — uno stato mentale prima ancora che una condizione materiale.
Mark Fisher sul perchè la vita moderna causi depressione
La sua genealogia diretta è il mantra di Margaret Thatcher: there is no alternative, che Fisher aveva intercettato negli anni Novanta. Quattro parole che bastano a condensare la formula più pericolosa della storia politica recente. Ripetuta abbastanza a lungo, smette di sembrare una posizione ideologica e diventa legge naturale, qualcosa di immutabile come la gravità o le stagioni. In pratica, il capitalismo ti toglie il futuro. E ti convince che non ne avrai uno.
“We are making a film about Mark Fisher è un film radicale perché non lo puoi comprare. E in quanto artisti, ci teniamo a dirlo: ‘WE’ — noi e voi — stiamo facendo un film mentre lo osserviamo”.
Close and Remote
Il sodalizio artistico proposto da Sophie and Simon è oggi a parer nostro una controintuitiva ed efficace messa in pratica dei risvolti più agentivi del digitale: quello di colmare le distanze e connettere persone in punti molto remoti nel pianeta.
Nonostante le iniziali perplessità di esposizione e presenza su Meta, Close and Remote sono un nomen omen: hanno scelto di hackerare lo strumento e utilizzarlo a loro e nostro vantaggio, per fare quello che Mark ha sempre fatto: collegare idee, musica, politica e cultura. Fisher del resto era così — un comunicatore generoso, rispondeva a tutti, credeva nel potere delle connessioni vere. proprio come volevano le promesse degli albori del Web, prima del Cyberpunk — la rete ci unirà democraticamente e renderà liberi.
Sappiamo come è andata: algoritmi punitivi, censura opaca, conflitti che spariscono dai feed.
Eppure Mellor e Poulter hanno scelto di navigare l’algoritmo invece di rifiutarlo, di trasformarlo in infrastruttura di connessione, invece di subirne la logica estrattiva. È un gesto che sembra quasi riallacciare i fili di Acid Communism, il libro che Fisher stava scrivendo quando è morto.
Un tentativo di delineare una visione post-capitalista che guardava alla psichedelia degli anni Sessanta, al welfare state britannico, alla televisione pubblica degli anni Settanta — tutto ciò che aveva reso possibile immaginare un futuro condiviso.
Così l’ultimo libro di Fisher rimase incompiuto. Quaranta pagine di introduzione. Una porta socchiusa sull’abisso.
Kodwo Eshun delivering the inaugural Mark Fisher Memorial Lecture at Goldsmiths, University of London. 19th January 2018.
Dopo la visione, usciamo dalla sala che il sole non è ancora tramontato, nonostante siano le otto. L’inverno sembra arretrare di qualche passo. Nell’aria c’è un friccicore fulgido di futuro. La fine del film, dicono Mellor e Poulter, avviene qui — nelle domande che rimangono aperte, nelle conversazioni che si accendono dopo l'ultima inquadratura.
I futuri perduti di colpo appaiono vicini. I fantasmi meno cupi. Per un istante il presente sembra abitato dalle ombre di possibilità mai realizzate — e come se un collettivo londinese, su una panchina nell'Essex, avesse deciso che quelle ombre meritavano ancora di essere inseguite. Il lavoro ora è semplice e vertiginoso: rimetterle in movimento.
Riproduzione riservata © | Intervista e articolo a cura di Giuseppina Myriam Mendola e Roberta Favia | Sintesi Aurea
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