Ci vogliono madri per dovere, ma poi ci abbandonano senza tutele.
La difesa della natalità dura esattamente il tempo della gravidanza. In quei nove mesi lo Stato si fa guardiano di un’innocenza astratta; un minuto dopo il parto, il simulacro crolla e la maternità si trasforma in un funambolico esercizio di sopravvivenza. Lo approfondiamo in occasione della Giornata Mondiale dell’Aborto Libero.
Sembra proprio che lo Stato si appassioni alla “vita” solo finché è in potenza e non avanza pretese per ribellarsi. Non appena avviene la cacciata dal paradiso uterino — ovvero non appena quel corpo si fa cittadino concreto, un soggetto con diritti materiali, un codice fiscale e lo sgradevole vizio di dover mangiare — lo Stato si tira indietro. I governi che predicano la natalità dalle tribune sono gli stessi che tagliano i congedi parentali, privatizzano gli asili nido e blindano i bilanci, lasciando l'intero lavoro di cura appeso al collo della famiglia nucleare. Così, la madre viene abbandonata alla solitudine e al soccorso arcaico dei nonni, mentre l’archetipo patriarcale esige ancora che il padre esca a "portare la pagnotta".
Questa assenza programmatica svela la natura puramente economica della maternità in Italia: fare un figlio è ormai una questione di privilegio. La narrazione pubblica oscilla costantemente tra l’ideale del sacrificio totale elevato a “virtù” — imposto alle donne come destino biologico imprescindibile e passepartout per l'accettazione sociale — e il lusso esclusivo di chi ha i mezzi finanziari per delegare la cura tra assistenza, baby-sitter e nidi privati. In mezzo, la maggioranza delle persone prova a tenere insieme figli, lavoro e reddito con quello che ha, spesso lasciando che i figli facciano semplicemente parte delle cose che “capitano”.
Difendere l'embrione a colpi di slogan è gratis, mentre garantire il welfare a un bambino vero costa caro.
L'ipocrisia del controllo biologico si manifesta in due tempi speculari: lo Stato che nega il welfare dopo la nascita è lo stesso che prima ne ostacola l’interruzione volontaria, sbarrando la strada alla libertà di scelta. A quasi mezzo secolo dalla Legge 194, infatti, praticare il diritto alla libertà riproduttiva continua a essere un percorso accidentato. I dati ufficiali del Ministero della Salute fotografano un Paese in cui il 57,1% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza. Questo deserto assistenziale costringe le donne a migrazioni sanitarie a proprie spese solo per trovare un medico che le aiuti.
La carenza strutturale conferma che la retorica sulla “tutela del feto” serve unicamente a blindare una specifica e tossica narrazione fatta di colpevolizzazioni e vuote morali: è fin troppo facile difendere il diritto alla vita senza spendere un solo euro in servizi assistenziali.
Come scriveva Armanda Guiducci nella sezione Mater Mystica del suo dirompente La mela e il serpente, occorre sradicare la figura materna da quella "sacralità" istituzionale che ne fa un feticcio, per riscoprirla come valore femminile consapevole. Tra l’idolo della madre-martire, perpetuato per secoli sulle spalle delle nostre madri e nonne, e la scelta di una maternità legata unicamente allo status quo e al prestigio economico, deve esistere una terza possibilità, molto più vera e radicale: il desiderio di essere madri.
Chiediamoci: cosa significa desiderare un figlio in un Paese che rende ancora così diseguale la possibilità di crescerlo? Il desiderio stesso viene inibito se manca un'infrastruttura disposta a contenerlo, nutrirlo, coltivarlo. I tempi sono maturi per pretendere che lo Stato — inteso simbolicamente come il grande utero sociale che ci ospita — garantisca a tutte e tutti il nutrimento concreto, economico e strutturale del welfare necessario per poter scegliere, finalmente liberi da sovrastrutture di comodo o di necessità, di dare la vita, come atto d’amore supremo.
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