La formula The Blaze: un'epica dei corpi che risponde a colpi di cassa


The Blaze by Sarah Makharine


Se vi dicessimo che il fenomeno The Blaze nasce quando Jonathan Alric — venticinquenne francese nato in Costa d’Avorio e iscritto alla scuola di cinema di Bruxelles — chiede al cugino Guillaume di produrre una traccia per sonorizzare un video accademico, ci credereste? I cugini Alric non sono mai passati dalle trafile canoniche della club culture europea. Nati dall'innesto tra l'estetica sporca della cultura dub-reggae e la grammatica cinematografica belga, hanno intuito, prima che li seguisse l’industria discografica, che la musica elettronica si sarebbe diffusa a colpi di video ad alto budget emotivo. 

Se il debutto low-budget con "Virile" (2016) ha sdoganato il loro immaginario estraendo un'inedita intimità maschile dall'asetticità di un interno brutalista, è con "Territory" (2017) che il duo scardina le logiche puramente commerciali del videoclip internazionale per trasformarlo in un dispositivo “altro”. Girato ad Algeri con l'attore Dali Benssalah e premiato al Festival di Cannes, il corto muove con una lente antropologica attraverso le percussioni e i synth jabbing, montati al millesimo di secondo in sincrono con i muscoli dei protagonisti, dai pugni sferrati a vuoto fino ai pianti reali. Per l'etichetta Animal 63 , i The Blaze codificano così una techno-natura visiva che sottrae la periferia dallo stigma della deprivazione per restituirle lo statuto di “territorio mitopoietico”, fondato su legami di sangue e nuove forme di alleanza corporea.



Al cuore della loro riuscita generazionale v’è una paradossale "malinconia euforica". Le composizioni dei The Blaze sono cattedrali sonore edificate su accordi minori di synth che, anziché sprofondare nel nichilismo, esplodono in drop liberatori, capaci di muovere al pianto e alla danza nello stesso istante. C'è un'epica della quotidianità nel loro racconto, una poetica degli abbracci fraterni, della periferia che si fa centro spirituale, del bacio che diventa rivoluzione. 


È soprattutto visivamente che i due artisti francesi recuperano la sacralità dei legami umani, trasformando la cultura del dancefloor in una formula narrativa che intercetta il bisogno bruciante di connessione di una generazione frammentata.


L'evoluzione recente, sancita dall'album Jungle (2023) e dal live Folk alla Royal Albert Hall, mappa una inevitabile virata strategica. I vocal pitchati e le spigolosità underground degli esordi cedono il passo a formule decisamente più accessibili e commerciali: pianoforti loopati e arpeggi monumentali di synth cuciti su misura per i grandi numeri. È musica ingegnerizzata per l'arena-pop e per le dinamiche main stage di festival globali come Coachella e Primavera Sound. 

Sul palco, il gigantismo degli schermi consacra la loro capacità di parlare a una comunità sempre più vasta. Se la ruvidezza degli esordi si è inevitabilmente smussata per adattarsi alle grandi arene globali, questa transizione da registi a producer monumentali rivela la vera forza del loro posizionamento.



Dal vivo l'equazione si risolve aumentando i volumi del display: schermi ciclopici che amplificano un’elettronica nata per le masse, dove la mastodontica componente visiva spinge a terra un sound progettato per i grandi numeri. I graffi analogici dei primi passi si sono persi lungo la strada verso i main stage: un cambio di scala inevitabile per parlare a una comunità sterminata, a cui solo pochissimi eletti capaci di dominare le masse senza farsi dominare riescono a sottrarsi.

Sintesi Aurea sarà stasera 2 ottobre ai Magazzini Generali per infilarsi nel mezzo di questo ingranaggio e documentare se la loro formula da stadio terrà botta nel corpo a corpo con il club. Riusciranno i nostri eroi a sorprenderci? Ci vediamo in pista.


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Media Curation & Cultural Analysis: Giuseppina Myriam Mendola

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