L’estate muore sempre in modo violento: Valle Cascia e la provincia magica de ‘I Fumi della Fornace’
Per quattro giorni, Valle Cascia si trasforma ogni anno in un inedito centro di creazione artistica, dove un'ex fabbrica abbandonata nel paesaggio collinare raduna una folta schiera di autori, attori e makers culturali. Qui, il teatro di Giorgiomaria Cornelio, direttore artistico de I Fumi della Fornace, festival prodotto dall’associazione Congerie, rinuncia ai palcoscenici tradizionali per risignificare stazioni di servizio, parchi giochi deserti e campi da tennis. Privati di notte della loro funzione standardizzata, questi spazi azzerano la rigida separazione tra palco e platea, ricollegandosi direttamente alle scenografie espanse di primo Novecento (l’Environmental Theater di Richard Schechner ) fino a incarnare il concetto di Terzo Paesaggio di Gilles Clément: un'ecologia dove i margini abbandonati dall'uomo diventano zone autonome di resistenza poetica, costringendoci a ballare sulle macerie.
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Come una vecchia fabbrica chiusa è diventata un rifugio per gli artisti.
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Dentro la nuova trilogia di Giorgio Maria Cornelio, tra solitudine e legami di sangue.
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Leggere il paese come un testo per ballare sulle macerie del presente
Foto di @archivioproibito
La fine dell’estate contiene un’ambiguità che sa di postumi e di resa. Ancora storditi dal baccano della festa, già cominciamo ad abdicarla, scivolando via come foglie in bilico, lasciate ad essiccare sulla corteccia del mondo, stremate eppure ancora fottutamente gaudenti di ricevere gli ultimi raggi di sole, prima del tracollo.
Muoviamo queste riflessioni in trance, rotolando verso sud dopo tre giorni di full-immersion dentro lo scenario pittoresco che abita e attiva Valle Cascia a fine agosto: un perimetro rurale della provincia marchigiana dove da otto edizioni si stipano, per incrociare le proprie traiettorie, artisti visivi, intellettuali, attori, scrittori, antiquari, docenti universitari, dj e una vibrante, incandescente comunità queer. Sono tutti venuti per lo stesso identico motivo: capire cosa significa, davvero, “lasciare la festa”.
Questa congregazione di anime fuori tempo massimo incendia la terra col proprio passaggio, rispondendo a una frequenza magneticache sembra scaturire direttamente dal sottosuolo. Una vibrazione che la vecchia diceria paesana attribuiva ai vapori dell'ex Fornace Smorlesi, quel mostro di archeologia industriale sprangato dal 2012 le cui esalazioni d’amianto venivano ironicamente indicate dai vecchi del posto come un "agente magico", una pozione gassosa capace di alterare la mente dei giovani e di inoculare loro una bizzarra, incurabile deviazione artistica. A partire da questa leggenda popolare, l'area industriale in rovina è stata trasformata dall’associazione Congerie in uno spazio comunitario di ricerca contemporanea, attivando residenze, mostre, concerti e campeggi temporanei per riabitare i luoghi dimenticati in provincia di Montecassiano.
La stessa chimica fantasma, quel fumo ancestrale che altera la percezione, esala dal prato inglese di Descantar, la nuova trilogia teatral-familiare di Giorgiomaria Cornelio dove la campagna si fa teatro d'ombre. Il titolo stesso evoca lo spietramento, l’atto violento e agricolo di sgomberare il terreno dai sassi per costringerlo a essere di nuovo fecondo, un’azione che si ripete ogni sera, quando il giorno capitola davanti alla notte.
Se il teatro decide di farsi quadro di Edward Hopper, lo fa attraverso una messinscena orchestrata insieme alla direzione dei movimenti di Giorgia Lea Polverini e all’uso sapiente delle luci di Edoardo Caizzi, per dare vita a un teatro notturno della sottrazione, popolato di fantasmi, cicale, sibili e motocicli.
Una luce drammatica e artificiale – simile ai neon pallidi di quei diner notturni che Hopper dipingeva per i sonnambuli dell'anima – taglia lo spazio con la violenza di un rasoio: scolpisce i corpi in slow motion, legati dallo stesso sangue, dallo stesso suolo, mentre si muovono all'unisono, incapaci di scindersi dal paesaggio che li intrappola. Il buio separa nettamente il visibile dall'invisibile e amplifica il silenzio fantasmatico della campagna, lasciandoci con gli occhi spalancati a guardare gli spazi che si dilatano fino a perdere ogni forma quotidiana, nella minaccia strisciante che abita i non-luoghi di una provincia deformata dallo spopolamento e dalla crisi climatica.
L'interdipendenza si fa spaziale. Da un balcone condominiale un faro violenta la penombra del campo-da-tennis-palco-platea, mentre una nenia fuori campo addolcisce per un attimo il clima da requiem sotto i raggi di luna, la stessa che tesse i segreti di famiglia: quella che ci è stata data in dote e quella elettiva.
In questa filigrana, incapace di arginare l'incomunicabilità, il flusso di coscienza segue la logica del sogno e dell'allucinazione cinetica, rifiutando la catarsi per concentrarsi sull'ergonomia spietata di corpi che compartecipano alla stessa agonia dei paesaggi. La stazione di benzina, il parco giochi deserto e i palazzi retrostanti diventano così sostanza stregante della scenografia, nodi di un abbecedario promosso da Inteatro dove l'architettura è complice del dramma sociale.
Un paese può essere letto come un testo? Sì, a patto di decifrarne la trama funerea, il rovescio malato e interconnesso di una comunità che Cornelio costringe a danzare sulle proprie stesse macerie.
L'intera operazione trasforma così lo spazio in un autentico Terzo Paesaggio (Gilles Clément, 2005): una piccola tasca di territorio, sottratta al degrado e all’isolamento, in cui l'incolto si fa arte e l'assenza presenza.
L’estate finisce. Alcune cose per fortuna hanno ancora voglia di ballare.
Foto di @archivioproibito
“Descantar. Primo movimento: Tennisplast”. You Can Easily Return to the Past ( But No One Is There Anymore). Fumi della fornace. 20-23 agosto 2026.
Scrittura di scena: Giorgiomaria Cornelio
Regia dei movimenti e delle luci: Giorgiomaria Cornelio, Giorgia Lea Polverini, Edoardo Caizzi
Composizione, produzione, voci, regia musicale di omero affede, lerry bordoni, simone doria, Micaela piccinini
Coreografia: Alessandra Caruso
Con: Rodolfo Salustri, Carolina Sala, Giorgiomaria Cornelio, Umberto Cornelio, Filippo Baldelli, Valentina Compagnucci, Giorgia Lea Polverini, Salvatore Bellanova, Alessandra Caruso, Sandro Compagnucci e il Coro de I Fumi della Fornace
Custodia del Campo da tennis: Umberto Cornelio
Sartoria e ideazione costumi di scena: Mavranyma
Memoria di luce: Samuel Cimma, Rebecca Lambertucci, Luca Del Pia
Memoria video: Samuel Cimma, Andrea Girotti, Mariangela Malvaso, Roberto Ceramicola, Enrico Pierangeli
Tecnica e allestimento: Luciana Rubino, Davide Tossici, Stefano Romagnoli
Produzione e comunicazione: Congerie
Un ringraziamento a: Daniele Dalmazi e ACACIM
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