“Lasciate ogni speranza di ballare voi che entrate”: dentro il buio assoluto degli Autechre


Autechre, photo by Bafic

“Lasciate ogni speranza di ballare voi che entrate”, andava scritto stasera all’ingresso dell’Alcatraz, come monito a tutti gli avventori del concerto degli Autechre. Ma oggi il duo inglese di Rochdale non suona all’interno della cornice generalista di un festival e si prospetta un’utenza di fedelissimi, ben preparata a ciò a cui sta andando incontro.


In effetti, invitare un amico a un concerto degli Autechre (e spiegargli la serata), non è certo un’impresa semplice.

- “E’ un concerto?” Sì, ma non si vede niente.

- “E’ musica elettronica?” Sì, ma non è clubbing.

- “Allora che cos’è?” Bella domanda.

Occorre prima di tutto scardinare l’idea del ritmo elettronico come mero pretesto di movimento corporeo, e spostare il focus sulla contemplazione del suono stesso. L’IDM (Intelligent Dance Music) è la miglior definizione di questo concetto. Nota anche come Braindance, è un genere di musica elettronica nato negli anni '90 che privilegia l'ascolto riflessivo rispetto al ballo. A tal fine, questo spettacolo è stato progettato per essere esperito completamente al buio, così da mettere al centro l’udito nella sua forma più pura. Verrebbe lecito chiedersi il motivo per cui l’Alcatraz non abbia predisposto delle sedute per il pubblico.

Certamente avrebbe facilitato un’immersione più focalizzata e religiosa, ma è anche vero che non esiste un modo univoco per esperire un concerto degli Autechre. Il viaggio è sempre una questione personale, che tu prediliga la fissità o muoverti nello spazio. Un’esperienza sicuramente affascinante di primo acchito, ma inevitabilmente difficoltosa per chi non è avvezzo al buio e a lasciarsi guidare da poche stimolazioni sensoriali. Quando le luci si spengono e gli impianti esplodono, infatti, la prima reazione istintiva di molti è lanciarsi in esternazioni di entusiasmo tipiche dei concerti tradizionali. C’è chi fischia, chi applaude, chi grida al duo appena salito sul palco. Un’energia che, però, non viene minimamente assorbita dagli artisti, nascosti dietro alle loro strumentazioni monolitiche.

Questa calorosità infatti sembra rimbalzare e tornare indietro fredda, lasciando il pubblico disorientato. E’ chiaro che stiamo assistendo a una performance che non chiede nulla se non presenza assoluta. I suoni riempiono lo spazio e lo attraversano, completamente disinteressati a chi viene travolto nel mezzo. Non siamo più in uno spazio fisico, e poco alla volta gli ascoltatori accettano il patto e abbassano le difese. Dimenticano progressivamente la propria corporeità, e si abbandonano alle vibrazioni che sfrecciano da ogni angolo del locale.


Quello che Sean Booth e Rob Brown mettono in atto non è la celebrazione di un repertorio rassicurante di hit, ma un processo musicale unico e mai più replicabile.


L’esecuzione di uno strumento musicale gigantesco e riconfigurabile, di cui gli Autechre controllano processi e comportamento, senza nessuna previsione certa di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro. Inizia tutto da una base compositiva di partenza già preparata (e identica in ogni spettacolo), su cui gli Autechre intervengono in tempo reale modificando relazioni, parametri, densità e traiettorie. Il centro dell'esperienza si concentra quindi sulla trasformazione del suono stesso: una pulsazione può diventare una massa percussiva; una risonanza può assumere la funzione di una nota; un rumore può comportarsi come un elemento ritmico. Un suono apparentemente metallico o percussivo può contenere una componente armonica instabile; un impulso breve può lasciare una coda che diventa parte del tessuto musicale.


Il risultato è una continua metamorfosi in cui i suoni cambiano identità mentre vengono ascoltati, come una creatura organica aliena in espansione.


Ogni tanto dei microeventi suggeriscono accelerazioni, rallentamenti o instabilità senza modificare necessariamente il tempo di base. È qui che il movimento semi-meccanico del tempo prende vita e diventa imprevedibile, quasi fosse pensante. E’ incredibile come il duo riesca a destreggiare una tale complessità senza sfociare mai nel caos o nella cacofonia. Di base c’è indubbiamente una notevole maestria nella gestione della stratificazione delle frequenze, ognuna con un compito ben specifico e differenziato: i bassi forniscono peso e continuità; i medi concentrano gran parte della complessità percettiva; mentre le alte frequenze definiscono attacchi, abrasività e dettaglio. Un sapere alchemico che sa riconoscere quando aggiungere materiale, quando lasciare emergere una struttura, e quando sottrarre elementi per creare una nuova direzione, in modo che anche l'ascoltatore più neofita possa trovare l’esperienza coinvolgente, pur non comprendendone il funzionamento.



Superata l’ora e venti, lo spettatore ha ormai perso ogni coordinata. “Da quanto siamo qui?”; “Chi è la persona accanto a me?”; “Quanto mancherà alla fine?”; è diventato tutt’uno col suono, in un eterno qui ed ora. La trance collettiva prosegue ancora per qualche incalcolabile minuto, finché il suono si sfilaccia: rallenta fino a spegnersi. Le luci si riaccendono, l’incantesimo si spezza. Ci si guarda negli occhi spaesati, come a dover ricostruire in un breve istante la memoria di una vita intera che, per più di un’ora, è stata abbandonata. Si riprende familiarità col proprio corpo, si cammina disorientati verso l’uscita dell’Alcatraz. La strada fuori sembra stranamente silenziosa e la si osserva con occhi nuovi, come degli alieni da poco atterrati su un pianeta inesplorato. Chissà in quale galassia siamo appena stati.


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